Ora che si parla di trivelle nel nostro paese uno spunto di riflessione

Il motto della nostra rete è “passare dalla consapevolezza all’azione”. Sulla consapevolezza lavoriamo da tanto ma forse ora saremo chiamati a nuove azioni viste le improbabili scelte dell’attuale governo di intraprendere azioni per contrastare la crisi energetica attraverso nuove trivellazioni nel paese. L’articolo comparso su Sette del CORRIERE DELLA SERA, che riportiamo qui integralmente, ci racconta cosa si può fare.

Sarah Finch: «Usciamo, parliamo con tutti e ascoltiamo ogni voce. Il caldo è un fatto, ci riguarda»

​di Francesca Menna

L’ambientalista che ha vinto una causa storica nel Regno Unito contro i combustibili fossili ed è diventata famosa nel mondo fino a ottenere il Goldman Environmental Prize, “il premio Nobel per l’Ambiente”. «Dobbiamo cercare alleanze con l’intera società»

Contea di Surrey, Inghilterra, 1976. Una ragazzina, jeans a zampa e aria ostinata, stringe una banconota da 10 sterline. Sorride sventolandola verso l’amica Carey: ha venduto tutti i suoi giocattoli alla fiera dei cavalli del paese, ma non ne comprerà di nuovi. Quei soldi sono destinati a un’associazione contro la deforestazione.
La bambina con i capelli “a scodella” ha già deciso da che parte stare. Si chiama Sarah Finch e, molti anni dopo, il suo cognome sarà legato a una sentenza storica che le varrà, nel 2026, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali per l’attivismo ambientale: il Goldman Environmental Prize, definito il “premio Nobel per l’Ambiente”.
È il 2010 quando Finch apprende della proposta di perforazione a Horse Hill, nella regione del Weald, che si estende fino al Surrey. Si unisce ad altri attivisti e contribuisce a fondare il Weald Action Group per opporsi alle autorizzazioni alla perforazione. Dopo l’approvazione del progetto della società petrolifera Horse Hill Developments Ltd, decide di passare all’azione legale.
Dal 24 al 27 settembre,Finch sarà ospite di Eco Sanfra, il festival dedicato alla sostenibilità che si terrà a Perugia.

Per anni avete lottato contro le trivellazioni. Perché avete deciso di intraprendere la via legale invece di quella politica? 
«Non prevedevamo di ricorrere alla legge: ci siamo arrivati quando tutto il resto aveva fallito. Per cinque anni abbiamo cercato di fermare il progetto, ma il Consiglio comunale non ci ha ascoltato. A quel punto abbiamo fatto ricorso alla judicial reviewper verificare se la decisione fosse stata presa correttamente. Era l’ultima risorsa e, alla fine, si è rivelata la più efficace. Abbiamo perso la causa due volte, prima all’Alta Corte e poi alla Corte d’Appello, arrivando a chiederci se fosse etico continuare a raccogliere fondi per una battaglia che non sapevamo se avremmo vinto. Alla fine però ce l’abbiamo fatta». 

Ci sono stati momenti particolarmente difficili? 
«Uno dei più duri è stato nel 2022, quando il governo autorizzò una nuova miniera di carbone, usando la nostra sconfitta in Corte d’Appello per giustificare la decisione. È stato devastante: temevamo di aver peggiorato la situazione per gli altri».

Poi è arrivata la sentenza della Corte Suprema che porta il suo nome…
«È stato come vedere cadere una tessera del domino dopo l’altra. Con la nostra vittoria, altri quattro progetti di combustibili fossili sono stati portati in tribunale e dichiarati illegittimi, con l’annullamento delle autorizzazioni. La sentenza ha cambiato il modo in cui nel Regno Unito vengono valutate le richieste estrattive di petrolio e gas e il governo è stato costretto a introdurre nuove linee guida sugli impatti climatici. Da allora, era il 2024, non sono stati approvati nuovi progetti».

Ha avuto effetto anche al di fuori del Regno Unito?
«Il pronunciamento è stato citato in decisioni giudiziarie in Paesi come Brasile e Australia. Ma il suo impatto non è solo geografico: il principio della sentenza è stato applicato anche al di fuori del settore dei combustibili fossili, per esempio nei casi di nuovi allevamenti intensivi, dove la valutazione degli impatti ambientali complessivi ha portato al rifiuto di alcuni progetti».

Qual è stata la prima volta in cui si è preoccupata per l’ambiente? 
«Ero piccola e c’era in televisione un servizio sulle piogge acide. Non ne avevo mai sentito parlare. Mostrava paesaggi verdi e laghi limpidi, spiegava che gli alberi stavano morendo e le acque erano prive di pesci. Ricordo di aver guardato fuori dalla finestra in una giornata di brutto tempo e di essermi chiesta: “È questa la pioggia acida?”. È stata la prima volta in cui ho capito che poteva esserci qualcosa di sbagliato nell’ambiente senza che fosse visibile».

E poi?
«Da adolescente ho scoperto Friends of the Earth: “Amici della Terra, ecco le mie persone”. Ho deciso che avrei lavorato per loro e da più grande lo feci davvero, dal 1990 al 1996. A 15 anni, ho partecipato a una manifestazione a Londra contro la caccia commerciale alle balene. Ricordo migliaia di persone in Trafalgar Square. Capii di non essere l’unica a cui importassero queste questioni».

Cosa ha pensato vedendo le immagini della siccità e degli incendi che hanno colpito l’Inghilterra quest’estate?
«Non ho semplicemente visto delle immagini: ho vissuto sulla mia pelle il caldo. Il parco vicino a casa mia ha preso fuoco. Vivo in una zona dell’Inghilterra fresca, è stato scioccante. Vedere bruciare luoghi familiari e case simili alla propria rende il cambiamento climatico qualcosa di viscerale. Per anni abbiamo pensato che sarebbe successo altrove, ma non possiamo più farlo. Quest’estate, durante l’ondata di caldo, ho pensato: “Quando finirà?”. E poi mi sono resa conto che non finirà: questa è l’estate più fresca del resto della mia vita».

Il movimento per il clima sembra aver perso parte della visibilità e della capacità di mobilitazione che aveva negli anni di Fridays for Future. È così?
«Ho visto più volte il tema del clima e dell’ambiente salire e scendere nell’agenda pubblica. Il 2018 – con Greta Thunberg e i movimenti giovanili – è stato un picco. Da allora l’attenzione è diminuita, anche per altre emergenze: dall’invasione dell’Ucraina alla guerra a Gaza, fino all’aumento del costo della vita. Ma questi cicli non riportano mai il tema al punto di partenza: ormai l’89 per cento delle persone nel mondo vuole che si agisca sul clima».

Che direzione dovrebbe prendere l’attivismo?
«Oggi il movimento deve soprattutto creare alleanze con altri gruppi, perché la crisi climatica riguarda tutta la società. Penso, per esempio, agli agricoltori: sono sì parte del problema, ma sono anche direttamente colpiti dalla crisi. Dobbiamo lavorare con persone provenienti da settori diversi, collegare le questioni e costruire un movimento più ampio.
Viviamo anche in un’epoca di grandi divisioni e guerre culturali, in cui i populisti di destra hanno trasformato il clima in uno strumento per dividere le persone. Gli attivisti devono ricucire questa divisione e parlare con tutti, indipendentemente dalla loro posizione politica. Tutti saranno colpiti dal cambiamento climatico e ogni voce deve essere ascoltata».

Come si può conciliare la transizione climatica con il diritto allo sviluppo dei Paesi più poveri?
«Dobbiamo costruire economie a basse emissioni in tutto il mondo, ma senza ripetere le disuguaglianze e le dinamiche coloniali del passato. La transizione deve tenere conto delle diverse condizioni dei Paesi: quelli più ricchi devono agire subito, mentre quelli più dipendenti dai combustibili fossili hanno bisogno di tempo e finanziamenti. Serve anche un trasferimento di risorse e tecnologie dal Nord al Sud globale, affinché tutti possano raggiungere il benessere senza replicare i nostri modelli ad alta intensità di carbonio».

In che modo il Goldman Environmental Prize può aiutare la comunità del Surrey?
«Il premio ha innanzitutto un valore finanziario. Mi permette di dedicare più tempo all’attivismo e di sostenere il Weald Action Group. Ma soprattutto dimostra che le comunità possono ottenere grandi cambiamenti. Spero che questa visibilità possa incoraggiare altri movimenti e dimostrare che anche le persone comuni possono fare la differenza».

14 settembre 2026