Clima, no a evangelisti e scettici: serve un pensiero più pragmatico che attivi politica, società, imprese

Una proposta organica di Roger Abravanel e Luca D’Agnese  tratta da PIANETA 2030 – CORRIERE DELLA SERA – 24/10/24

(Roger Abravanel, director emeritus di McKinsey ed editorialista del Corriere, e Luca D’Agnese, direttore Cdp infrastrutture Pa e Territorio, Cassa Depositi e Prestiti, autori del libro Le grandi ipocrisie sul clima)

Il tema della sostenibilità sta causando un vero terremoto nel mondo delle imprese. Decine di migliaia di persone coinvolte. I vertici aziendali e i consigli d’amministrazione impegnati a discutere di temi ambientali e sociali, tutti gestiti con gli obiettivi e le metriche cosiddette Esg (Environment, Social, Governance). L’idea di aziende che non pensano tanto ai profitti cresce anche nei templi del capitalismo come Harvard. Già un paio di anni fa ci siamo però resi conto che qualcosa non andava. La sostenibilità e Esg iniziavano a subire forti critiche. Ciò che ci preoccupava non era tanto il dispendio di energia e costi nelle imprese, ma il fatto che assieme alle critiche contro l’Esg si stanno rafforzando gli scetticismi di coloro che negano l’emergenza climatica, con conseguenze potenzialmente catastrofiche. Per questo descriviamo le “ipocrisie sul clima” di entrambi gli schieramenti – evangelisti della sostenibilità e scettici del clima – sperando di favorire un dibattito, finalmente pragmatico, sulla crisi più grave di questo secolo.

Un nuovo negazionismo si fa strada, tra chi ammette il cambiamento climatico ma aspetta soluzioni economiche che arriveranno troppo tardi. L’esplosione della burocrazia Esg e i costi che questa crea raffreddano l’impegno e la finanza verde e l’idea di un nuovo capitalismo illudono la società

L’aumento di uragani, alluvioni e inondazioni, il caldo senza precedenti che causa siccità e desertificazioni sono sotto gli occhi di tutti. Eppure c’è ancora chi nega l’emergenza climatica. Sono i negazionisti “duri e puri” che, come Trump, negano del tutto l’emergenza e la considerano solo una cospirazione dei cinesi. Questo tipo di negazionismo appare in ritirata, ma ne sta nascendo uno nuovo, di quelli che ammettono il problema del clima ma vogliono aspettare soluzioni nuove come i piccoli reattori nucleari che costino meno o rendano l’Occidente meno dipendente dalle batterie e pannelli solari cinesi. Sbagliano perché queste tecnologie arriveranno troppo tardi e aspettarle è fare come un paziente col cancro che non si cura aspettando che la scienza trovi una cura migliore. È vero che la transizione costa (si parla dal 2 al 4 per cento del pil mondiale), ma il costo del cambiamento climatico sarà altrettanto alto, anche tagliando le emissioni oggi. E più aspettiamo più crescerà. 

Tra negazionisti e burocrati

I nuovi negazionisti sono ipocriti perché dichiarano di voler combattere la crisi del clima, ma in realtà non vogliono fare nulla che possa davvero servire, nel poco tempo che ci rimane. Ma non sono gli unici ipocriti. Negli ultimi tempi sta crescendo una valanga di critiche in gran parte provocate dall’esplosione della burocrazia Esg e dei costi che crea. Le critiche dei media più autorevoli come l’Economist sostengono che le metriche Esg sono completamente sballate, perché si perdono in una molteplicità di variabili ambientali e sociali che rendono il ranking delle imprese completamente inaffidabile. Su certe classifiche, Tesla ha un ranking peggiore di Exxon. Anche molte misure della virtuosità nelle emissioni di CO2 sono del tutto distorte. Una impresa è considerata virtuosa se emette poca CO2, non se la riduce. Ma questo dipende molto dal settore dell’azienda, e così un’azienda industriale che taglia la CO2 è meno virtuosa di una azienda farmaceutica che ne ha sempre emessa poca.

Doppia illusione verde

L’obiettivo della macchina Esg è di aggiungere alle metriche contabili sui profitti delle nuove metriche nella sostenibilità per guidare chi investe e le finanzia, quella “finanza verde” che dovrebbe finanziare le imprese più virtuose. Purtroppo, si tratta di una pia illusione perché la finanza verde si fa bella, un po’ ipocritamente, sostenendo i progetti virtuosi in grado di ripagare i debiti, come quelli nelle rinnovabili, che verrebbero finanziati anche dalla finanza “normale”. L’altra grande illusione è l’idea di un nuovo capitalismo, nel quale gli interessi degli altri stakeholder debbano essere “bilanciati” con quelli degli azionisti. Per alcuni è un’utopia, ma da parte di finanzieri e manager è un’idea ipocrita perché sanno benissimo che il mandato del top management è quello di creare valore per gli azionisti. Nelle ricerche di chi sostiene che si debba riformare il capitalismo trionfa poi l’ambiguità perché se da un lato si dice che i profitti sono secondari, dall’altro si cerca (invano) di dimostrare che le imprese sostenibili guadagnano di più. Le imprese devono invece pensare ai loro stakeholder per preservare e accrescere i loro profitti, non accettando di ridurli per essere più “buoni”. Elon Musk ha dato un contributo fondamentale al pianeta non per bontà ma perché gli offriva l’opportunità di diventare l’uomo più ricco del mondo. Il problema è che queste ambiguità, unite a una buona dose di pretesa superiorità morale, stanno creando una reazione di rigetto e alimentano per reazione proprio il negazionismo che dicono di combattere. Per battere la crisi del clima, serve un altro paradigma, che ha già dimostrato di poter funzionare.

Il triangolo che può salvare il pianeta

Il mondo ha già fatto enormi progressi nella lotta al cambiamento climatico. Oggi in Occidente non si costruiscono più centrali a carbone, la Cina è il primo Paese per investimenti nelle rinnovabili, che nel mondo hanno per la prima volta superato quelli nei fossili. Anche le auto elettriche, su cui pure ci sono molte polemiche, sono un prodotto che piace ai consumatori mentre solo vent’anni fa erano una curiosità da museo dell’automobile. Questo è avvenuto grazie a un’interazione virtuosa tra la società civile, la politica e le aziende innovative che abbiamo chiamato il triangolo della sostenibilità. Ha iniziato la scienza a sollevare il problema, la politica ha iniziato a preoccuparsene col protocollo di Kyoto. Poi le aziende innovative, come la spagnola Iberdrola e la nostra Enel nelle rinnovabili e la Tesla nell’auto elettrica, hanno rivoluzionato questi due settori cruciali, trasformando quelli che erano prima delle curiosità o dei “giocattoli” in business multimiliardari. La società civile ha continuato a fare pressione sulla politica e sono così arrivati gli impegni internazionali a ridurre a zero le emissioni. È un triangolo perché ciascuno dei suoi vertici, da solo, conta ben poco, e la sua capacità di affrontare e vincere una sfida globale – che è, allo stesso tempo, economica, tecnologica e culturale –nasce proprio dall’interazione tra di essi.

Bisogna trovare gli incentivi giusti

I progressi fatti dimostrano che il triangolo può funzionare, ma siamo solo all’inizio di un lungo e difficile percorso. In diversi settori dell’economia, dall’industria del cemento al trasporto aereo, ancora non esistono soluzioni a emissioni zero che possano funzionare su scala industriale. Nei settori dove esistono, come il trasporto su strada, il riscaldamento e la produzione di energia elettrica, il costo di adottarle per i Paesi poveri è insostenibile. L’agricoltura è responsabile di un quarto delle emissioni globali e non ha neanche cominciato a ridurle. Per affrontare queste sfide, il triangolo della sostenibilità deve evolvere profondamente, soprattutto nel ruolo della politica e della società civile. Sulle sfide tecnologiche stanno già lavorando migliaia di imprese in tutto il mondo. Gli investimenti di venture capital nel settore cleantech sono rimasti sostanzialmente stabili nel 2023 mentre quelli negli altri settori innovativi sono crollati del 40 per cento. Ma è la politica che deve trovare gli incentivi giusti perché queste tecnologie possano crescere come è avvenuto per le rinnovabili in Europa con il mercato della CO2 e in Cina per le auto elettriche. Il problema politico più grande è forse quello del costo che devono sostenere i Paesi poveri per decarbonizzare le proprie economie. Ma la soluzione può essere a portata di mano, perché una tonnellata di CO2 risparmiata in India costa molto meno di una risparmiata in Germania, e ha lo stesso effetto sul clima europeo, per cui, se i cittadini d’Europa accettano di pagare i tagli delle emissioni europee, dovrebbero essere contenti di pagare (meno) i tagli alle emissioni indiane.

Pensare globale, agire locale

Non è facile e le Cop dell’Onu come quella in corso a Baku non bastano. I tre grandi del mondo – Usa, Europa e Cina – devono pensare in modo globale per finanziare i Paesi meno ricchi e, al loro interno, creare incentivi e normative più smart, come spieghiamo in dettaglio nel saggio Le grandi ipocrisie sul clima. La politica però non riuscirà a fare granché, almeno nei Paesi democratici, se non ci sarà un altro grande cambiamento nella società civile che oggi non riesce a spingere la politica a trovare soluzioni, perché prigioniera delle ideologie. I valori di difesa dell’ambiente si stanno sempre più ideologizzando, saldandosi con quelli della difesa dei diritti Lgbtq+, della critica a tutte le nazioni occidentali, al sostegno ai palestinesi, rendendoli così molto respingenti per grandi parti della società. Quanto alla “S” di Esg, le aziende devono ripensare profondamente la loro strategia. La crisi climatica è letteralmente insostenibile, il che vuol dire che cresce in modo esponenziale. I problemi sociali della “S” come la povertà e le discriminazioni sono gravi, ma non crescono dovunque. Questo determina un cambiamento fondamentale nella prospettiva delle imprese e della società. Le imprese devono investire contro la crisi del clima anche prima che glielo chiedano i loro clienti, come ha fatto Tesla per l’auto elettrica, perché quello che i clienti non chiedono oggi lo chiederanno domani. 

Italia (in)sostenibile?

Le imprese italiane hanno grandi opportunità. L’Italia è un Paese che storicamente ha sempre consumato poca energia, anche perché è stata sempre cara, e le sue imprese nel tempo hanno saputo cogliere le opportunità di produzioni poco energivore, dalle utilitarie della Fiat all’acciaio da forno elettrico di cui siamo da sempre pionieri. Le nostre imprese possono diventare leader nel riciclo e nelle tecnologie di automazione nella produzione di batterie. Dobbiamo invece cambiare marcia nelle politiche del clima e soprattutto nell’atteggiamento della società. La regolazione italiana degli incentivi per l’ambiente ha sempre avuto una logica a singhiozzo: delle grandi abbuffate di incentivi, seguiti da strette successive quando la spesa andava fuori controllo, dal fotovoltaico di 15 anni fa al superbonus di oggi. Quello che serve sono incentivi costanti nel tempo, per sostenere la trasformazione dei settori industriali e intercettare le decisioni di investimento delle famiglie. Incentivare un riscaldamento “green” quando la caldaia va cambiata o si ristruttura l’abitazione è molto più efficace che farlo sperando che le famiglie decidano di cambiare l’impianto per cogliere l’occasione degli incentivi.

Profitto e innovazione

Ma ancora più importante è il cambiamento di atteggiamento della società italiana nei confronti delle imprese. Per troppi italiani le aziende sono utili se assumono dipendenti o fanno beneficenza, il profitto e il valore dell’azionista sono sempre stati valori molto discussi, associati al “turbocapitalismo” finanziario. Invece se vogliamo che le imprese italiane che innovano abbiano successo abbiamo bisogno di una dose di capitalismo alla ricerca di profitti, dagli imprenditori innovatori, che oggi emigrano in massa negli Usa, ai fondi di Vc e private equity, da noi sempre meno presenti che negli altri Paesi.